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Romano Augusto Fiocchi si racconta alla redazione di BookTribu.

Intervista pubblicata in rete il 18 dicembre 2015.

 

Cosa ti ha influenzato nella scelta di fare lo scrittore?

Non posso dire di “fare lo scrittore”, nel senso che non è la professione con cui mi mantengo. Scrivo, certo. Scrivo da quando ho appreso l’uso della scrittura. Ma in primo luogo leggo. Ho sempre letto sin dalle scuole elementari. Ed è questo che mi ha portato a scrivere, ad inventare storie che non avrei mai potuto trovare in altri libri. Perché erano storie mie, quelle che mi sarebbe piaciuto leggere.

Hai pubblicato racconti, novelle e romanzi. C'è un genere a cui sei più legato?

Il testo breve, a detta dei miei venticinque lettori, è quello che mi è più congeniale. Ma forse perché il tempo che dedico alla scrittura subisce sempre limitazioni. Scrivo appena riesco e appena trovo spazio, a casa, sul treno, nei bar. Per questo ho preso l’abitudine di concentrare un’idea di narrazione in poche pagine.

Hai un libro a cui sei particolarmente affezionato, tra quelli che hai scritto?

Difficile rispondere. Forse Il tessitore del vento, il mio primo romanzo, perché dietro a questo libro c’è tutta una serie di vicissitudini editoriali. E forse perché quattordici anni di lavoro – tanto è durata la sua gestazione – lasciano il segno. Ma sono molto affezionato anche a un volumetto di poche pagine come Il gatto del soldato, che mi sta dando numerose soddisfazioni. Con un gruppo di ragazzi (una giovane attrice e tre musicisti, anzi, vorrei fare i loro nomi perché sono bravissimi: Isabella Ravetta, Riccardo Bertone, Dino Roccuzzo, Nicolò Toriciani), abbiamo approntato una lettura del testo accompagnata da musiche originali e stiamo portando l’evento nelle biblioteche e nei locali della zona. Grazie alla Biblioteca civica Bonetta, il Gatto è stato letto anche davanti a un pubblico di detenuti della Casa circondariale di Pavia.

I tuoi romanzi sono spesso ambientati a Pavia, la tua città. Ci sono luoghi particolari, o persone, che ispirano le vicende che racconti?

Pavia è una città che ispira di per sé, una città bimillenaria, municipio romano e capitale longobarda. Il suo impianto urbano è ancora medioevale. Evidentemente, atmosfera e Storia stimolano i narratori. Abbiamo, tra i viventi, scrittori di fama nazionale come Mino Milani e Piersandro Pallavicini. E nel passato nomi come Cesare Angelini. Ma vi ha soggiornato e insegnato alla sua Università anche un gigante come Ugo Foscolo. Tutto questo aiuta chi abbia il pallino della narrazione. E comunque, tengo a sottolineare, Il tessitore del vento non è ambientato a Pavia ma eccezionalmente a Venezia, che considero la mia città di adozione per avervi passato giornate intere durante il periodo di leva.

Hai già qualche idea per un nuovo libro?

Lavoro sempre su più progetti contemporaneamente. L’anno prossimo dovrebbe uscire un mio romanzo breve (o racconto lungo) per una casa editrice milanese con cui ho già un accordo. È la storia di un violinista di strada che fa una musica straordinaria suonando un violino inesistente. Intanto da qualche anno sto lavorando su un secondo romanzo. Voglio cimentarmi ancora con un testo di ampio respiro per vedere fino a che punto la mia scrittura riesce a reggere il ritmo.

BookTribu è una community fondata sulla comunicazione tra chi scrive e chi legge: tu come vivi il rapporto con i lettori?

Be’, di sicuro non sono così famoso da essere assediato dai fan. Però a volte, soprattutto in rete, si fanno incontri inaspettati. Come un’insegnante di lingua italiana residente a Londra che ha comprato Il gatto del soldato in edizione e-book per un esercizio di traduzione con i suoi allievi inglesi e mi ha chiesto quale registro adottare, se dare rilievo agli elementi fiabeschi o meno, insomma per quale fascia di lettori l’avessi concepito. E ti assicuro che fa piacere scoprire un interesse così attento per un tuo testo.

Tu sei anche giornalista, e spesso scrivi di cultura. Come pensi si possano invogliare le persone alla lettura di un libro?

Sì, ho sempre collaborato a giornali locali su carta e on-line scrivendo pezzi da terza pagina, recensioni di libri, di mostre, articoli divulgativi. Ultimamente, grazie a Gianni Biondillo che fa parte della redazione, mi capita di scrivere sul blog collettivo Nazione Indiana. Queste cose forse possono servire, forse possono spingere alla lettura. Ma in modo mirato, di un determinato libro. Se tu intendi invece invogliare le persone alla lettura di un libro qualsiasi, ritengo che il lavoro grosso debba essere fatto a partire dalle scuole. È lì, nei primissimi anni di apprendimento, che nasce l’amore per i libri. E gli insegnanti dovrebbero esserne consapevoli e trovare gli strumenti – non per costringere, ma per incuriosire, per mostrare il lato piacevole della lettura. Leggere non deve apparire una fatica ma quell’atto fisiologico che è in effetti. Come dormire, mangiare, camminare. Lo dico per esperienza personale: chi comincia ad amare i libri da piccolo, non smette più.

E come lettore, che cosa ti piace leggere?

Non leggo gialli, non leggo thriller, evito i best seller (ho letto Il nome della rosa a dieci anni dalla sua pubblicazione). Sono un lettore di classici ma anche di contemporanei, di letteratura con la elle maiuscola. Talvolta anche di saggi. Da un po’ di tempo a questa parte prediligo, quando possibile, i libri dei piccoli editori indipendenti (gli oligopoli sono una minaccia alla democrazia editoriale). I miei idoli del Novecento sono: James Joyce, Gabriel Garcia Marquez, Georges Perec. Di questi ho letto quasi tutto. Perec in particolare, forse meno noto, ha scritto quella che considero una vera opera-mondo, uno dei capolavori assoluti del secolo scorso che consiglio a tutti di leggere: La vita istruzioni per l’uso.

 

 

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