La contaminazione di Borges.
Di Jorge Louis Borges, anni fa, avevo
letto le raccolte Finzioni, L’Aleph e
altre prose sparse su un volume dei Meridiani. Borges,
una volta letto, ti apre una porta che non puoi chiudere se non alle tue
spalle. È come il concetto della curvatura dell’universo: una volta che l’hai
capito, non lo dimentichi più. Poi arrivarono altre letture e altre scritture
che sedimentarono sul ricordo di quei testi. Ma sotto, la brace di Borges era attiva. Riprese vigore nel 2005, quando
scrissi il racconto Il libro OGM. Uscì
in edizione fuori commercio, un liber amicorum per la libreria Cardano. Il libro OGM parla di una vecchia
libreria del centro, di un libraio che fuma toscani all’anisette, di un libro
in lingua inglese che racconta del papiro dello scriba Ani. Il libro inglese contiene
una formula magica che moltiplica all’infinito le sue pagine sino a riempire
la libreria, la città, il mondo intero.
Un sottinteso ma innegabile omaggio
a Borges.
Oggi, a distanza di cinque anni,
scopro un suo racconto che sembra la prima parte del mio: Il libro di sabbia. Un libro dal
numero infinito di pagine ma, al contrario di quello del mio racconto,
contenuto nello spazio di un volume in ottavo. Nella storia, il libro di
sabbia terrorizza al tal punto il suo proprietario da indurlo a disperderlo tra
gli scaffali di una biblioteca. Lo ritroverò io, nella mia mente, cinque anni
prima.
Quando leggi qualcosa di Borges, hai letto anche quanto di lui leggerai un domani
o non leggerai mai. Questo è il potere iniziatico
della sua scrittura.
5-2-2010
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Ancora coincidenze letterarie: Formiggini ristampato.
La rete, con tutti i suoi difetti,
ha la capacità meravigliosa di trasformare coincidenze impossibili in
risultati di semplici richieste formulate attraverso un motore di ricerca.
Alla casa editrice Edizioni ArteStampa di Modena è
bastato digitare un nome, Formiggini, per trovare
il mio brano “Democrazia editoriale” (in fondo a questa pagina) dove appunto
Angelo Fortunato Formiggini è citato insieme ad
altri piccoli grandi editori del calibro di Gobetti,
Ricciardi, Scheiwiller. Sono stato così informato della
ripubblicazione dei suoi ultimi scritti, apparsi per la prima volta postumi
nel 1945. E questa, vista dal mio punto di osservazione, è comunque una
coincidenza letteraria. Ho in casa un’edizione in parte intonsa del “Giovanni
Milton” di Diego Angeli, n. 95 della collana Profili, uscito nel 1927.
Sovraccoperta trasparente con il motto Amor et labor vitast sotto una
corona d’alloro. L’avevo comprata proprio per toccare con mano il livello di
qualità raggiunto dall’editore modenese e la conservo come un talismano nel
mio scaffale dei libri preziosi. L’arte di Formiggini.
Sono questi contrasti – bellezza cultura creatività da un lato, bieca
ignoranza e intolleranza dall’altro – che rendono difficile accettare certi
errori del passato, per quanto li si voglia storicizzare.
Formiggini aveva non solo il difetto di
essere ebreo, ma di essere un uomo che credeva nei libri e nella forza delle
idee che i libri possono diffondere. Non ho ancora avuto l’opportunità di
leggere il volume ristampato dalle Edizioni ArteStampa
(che sarà presentato a Modena il prossimo 28 novembre, la sera antecedente
l’anniversario della morte). Ma il titolo stesso, Parole in libertà, è già una dichiarazione. La libertà per Formiggini è il bene supremo. Anche la libertà di farla
finita. Era il 1938. Uno dei più geniali editori italiani del XX secolo, dopo
aver sopportato per una quindicina di anni le già pesanti ingerenze del
regime, rifiuta di accettare l’estremo affronto delle leggi razziali. Da
Roma, dove risiedeva, torna alla sua Modena, sale sulla torre Ghirlandina e si lancia nel vuoto.
Le sue ultime parole libere sono
dunque lì, in questo testamento spirituale che torna finalmente in libreria.
E ci torna in un momento storico che non poteva essere più indicato.
22-10-2009
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Scrivere nell’ombra
L’ha scritto Tondelli: uno
scrittore che si definisce tale è una persona che ha quotidianamente a che
fare con progetti narrativi. Io sono dunque uno scrittore. Scrivo da anni. Anzi,
da decenni. Ottantasei racconti pubblicati in raccolte, due in volumetti singoli, uno in un’antologia, un romanzo edito
di trecentotrentasei pagine (comprese le bianche, come precisa Giulio Mozzi),
uno abortito, un altro pressoché terminato. Basta davvero tutto questo per
fare di me uno scrittore? Sono uno che scrive quotidianamente, certo. Un homo scribens.
Con questo atteggiamento finisco per autolegittimare
la mia esistenza e alimentare la speranza di venire scoperto da qualche
critico o da qualche editore. Mi è sufficiente per sopportare il peso
dell’esordiente-veterano, il peso di vedersi sorpassare da fruscianti Jack e
da fratelli di foche monache.
In fondo, come diceva il buon
Montale, ragioniere con Premio Nobel, sono uno che ha da sempre letto e
scritto nei ritagli di tempo, «da povero diavolo e non da uomo di lettere
professionale». Da ventotto anni scrivo viaggiando
su un treno. I miei libri sono nati così, scritti stando in piedi accanto a
uno sportello, appoggiato a un corrimano, seduto sul seggiolino di un
disimpegno di seconda classe, oppure, quando c’è posto, su un sedile
risparmiato dai vandali. Scrivo anche la notte, a casa, rubando le ore al
sonno, confortato da una vecchia scrivania su cui si lavora bene. A volte
anche nelle pause di lavoro, durante il giorno.
Perché continuo a scrivere se non
sono uno scrittore di professione, se dai miei progetti narrativi non ricavo
neppure quanto basta per coprire le spese? Forse perché sono un ex giovane
degli anni Ottanta, forse perché appartengo alla generazione di aspiranti
scrittori a cui Tondelli attinse a piene mani per le sue raccolte Under 25. Una generazione che non è né
carne né pesce. Che ha sentito l’odore del ’68 attraverso gli entusiasmi dei
suoi fratelli maggiori ma ne ha registrato soltanto l’insuccesso. Che ha
ascoltato la musica dei Beatles quando il mito
stava già morendo. Che ha imparato a usare i computer quando il linguaggio
era fatto di stringhe di comandi in inglese su uno schermo nero. Che ha visto
la gente comune (compresi i fratelli maggiori) buttarsi nei facili guadagni
di Borsa degli anni Ottanta senza avere disponibilità finanziarie per fare
altrettanto. Che ha assistito all’avvento delle emittenti private,
all’innovazione del fax, al culto di Rambo, alla
moda delle vacanze ad Ibiza, al fiorire delle discoteche e degli agriturismo.
Sono forse tutte queste cose insieme che spingono un ex giovane degli anni
Ottanta a credere che la letteratura possa, anzi: debba avere un futuro in quanto letteratura e che valga la pena
di insistere anche contro i principi di antieconomicità
che gli ha insegnato la società che gli è cresciuta attorno.
15-9-2009
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La libreria del mondo offeso
Ancora Milano. Una Milano in
ammollo in un caldo umido, africano. L’asfalto dei marciapiedi è una pasta
gommosa. A metà di corso Garibaldi, sull’angolo di un portone, spunta un
cartello che sembra lasciato lì da un uomo-sandwich. C’è disegnata la figura
di gentiluomo di spalle, cappello e bastone da passeggio. Appeso in alto,
come l’insegna di un pub, penzola un cartello con la stessa immagine. È la Libreria
del mondo offeso.
La libreria è nel cortile.
Vi si accede dall’androne, spingendo una vecchia porta a vetri appena prima
delle scale. L’interno ha le pareti nude, mattoni a vista, coperte di
scaffalature. Laura Ligresti vi saluta sorridendo,
qualunque cosa stia facendo. È una libreria speciale, si occupa
essenzialmente di letteratura del Novecento. Ma c’è un piccolo reparto dedicato
alla letteratura per ragazzi e, in giro qua e là, si possono trovare copie
dell’Iliade, dell’Odissea, del Don Chisciotte, di Moby Dick o addirittura le editio princeps
di qualche testo di Pavese e di altri classici del passato prossimo.
Non è soltanto la libreria
“del mondo offeso” ma anche la libreria “del mondo dimenticato”: molti autori
ai margini della popolarità (Ceronetti, ad
esempio), case editrici i cui volumi circolano al di fuori dei grandi canali
distributivi, edizioni economiche e di pregio (non mancano gli Adelphi). I voluminosi best seller
d’intrattenimento sono banditi. Qui contano le idee e la letteratura che le
diffonde.
Se esistesse una Libreria
del mondo offeso in ogni città, l’Italia sarebbe ben diversa da quella
che è.
30-7-2009
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Coincidenze letterarie
La settimana scorsa, presso un
rivenditore di libri usati di piazza dei Mercanti, a Milano, mi è capitata
tra le mani una copia di “Partorire in chiesa”, delizioso libretto rosso
della Scheiwiller uscito l’anno successivo la morte
di Antonio Porta. L’ho sfogliato. C’erano fotografie di famiglia, un commento
(che poi si è rivelato ottimo) di Alfredo Giuliani, l’introduzione di una
certa Rosemary Ann Liedl (che ho poi scoperto essere la moglie del poeta).
Mi sono ricordato di quand’ero studente, quando si girava con la copia di
“Alfabeta” sottobraccio, ma soprattutto quando – nell’80 o giù di lì – lo
vidi di persona, Antonio Porta, e lo ascoltai leggere i suoi versi da un
palco del teatro Fraschini di Pavia. Erano versi
crudi, essenziali. Porta li leggeva seduto, sorreggendosi la fronte spaziosa
con un mano, come se soffrisse nel rievocare ogni immagine, nell’articolare
ogni suono.
Inutile dire che ho chiesto il prezzo
del libretto al rivenditore e l’ho comprato. E soltanto dopo l’acquisto,
leggendo, mi sono accorto della coincidenza: vent’anni
giusti dalla sua morte. Ho allora frugato nei siti dei giornali, nelle pagine
culturali, quasi nessuno se ne era ricordato.
Oggi do un’occhiata alla pagina web
di Vibrisse, il bollettino di Giulio Mozzi, e apprendo di un convegno a
Bologna che rende finalmente giustizia. Una coincidenza anche questa? Ripenso
alla riproduzione di un appunto di Porta, con la sua contorta grafia di
poeta, sul libretto della Scheiwiller:
“Tutto è coincidenza, tutto è caso,
ma siamo noi a dare un senso alla coincidenza, al caso, a mettergli sempre il
mantello del sacro”.
Aveva davvero ragione?
3-5-2009
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Sono uno di quelli
Sono uno di quelli che hanno cominciato a raccontare storie
inventate picchiando sui tasti di una macchina per scrivere meccanica. È
stato nell’altro secolo, a metà degli anni Settanta. Niente Olivetti. Era un’Antares Lisa
portatile, corpo in plastica arancione, con tanto di borsa a tracolla. La
conservo ancora nella mia cantina. Una macchina per scrivere dal ticchettio
musicale, i tasti spartani, il nastro universale in tessuto bicolore che
scorreva da una bobina all’altra e viceversa. Si sentiva l’odore dell’inchiostro.
Era un altro modo di scrivere. Non si poteva sbagliare, tanto meno effettuare
copia-incolla, né controlli ortografici, né dei trova-sostituisci.
Ogni errore significava un intervento della gomma abrasiva che spesso
raschiava la cellulosa sino a bucare il foglio.
Scrivevo come ora, utilizzando tutte le dita, il pollice
sinistro che batte sulla barra spaziatrice (ero uno dei pochi che avevano
imparato qualcosa dal corso scolastico di dattilografia). Il ticchettio aveva
la regolarità di un metronomo. Un campanello mezzo afono preannunciava il
fine rigo e la mano sinistra spingeva il carrello nella sua folle corsa verso
il ritorno a capo. L’effetto era quello di uno strano musicista: un suonatore
di parole.
La consegnai così, la mia prima raccolta di racconti
all’ingegner Bignami: una piccola pigna di fogli
extrastrong dattiloscritti. Per questo la revisione delle prime bozze,
ribattute dal compositore, si trasformò in un’operazione di una delicatezza
estrema. Fu sempre lui, Lorenzo Bignami, a insegnarmi
che le correzioni non andavano numerate ma unite al corpo del testo con un
deciso tratto di penna.
Sono uno di quelli che hanno cominciato così.
Ma sono anche uno degli ultimi scolari che hanno intinto il
pennino nel calamaio. Erano gli anni della prima e seconda elementare. Forse
è stato proprio quell’odore, l’odore
dell’inchiostro corvino, patinato d’oro in superficie, che mi è entrato nel
sangue. Tracciare le prime lettere facendo scivolare il metallo di un pennino
gonfio d’inchiostro (ecco perché le macchie erano a volte spaventose) mi ha
legato indissolubilmente alla scrittura.
Sì, sono uno di quelli nati nell’altro secolo, nell’altro
millennio, dove la scrittura era ancora lavoro da artigiani, la stampa ancora
ossequiosa di Manuzio, la carta sinonimo di cultura
ma soprattutto una cosa buona, come il pane. Da non sprecare mai.
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Album

1986, con Mino Milani.

1989, con F. Milani
e Mimmo Della Monica.

1994, con Felice Milani.
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La prolusione del Foscolo
22 gennaio 1809. Rintronare di carrozze rotolanti
sull’acciottolato di Strada Nuova. Una di queste si ferma davanti
all’Università. Ne scende Vincenzo Monti. È partito tutto intabarrato da
Milano. Non vuole perdere il discorso di un giovane professore che inaugura
l’anno accademico dell’Ateneo pavese. Il giovane professore si chiama Ugo
Foscolo. Il discorso che pronuncerà sarà la celebre prolusione “Dell’origine
e dell’ufficio della letteratura”. Si potrebbero scrivere tante cose, su quell’evento. Suggestiva è la rievocazione che ne fa
Cesare Angelini, con la folla di studenti ansiosi
di sentire la voce tempestosa del professore-poeta, il corpo accademico in
abito dottorale, le autorità con aria sospettosa (siamo nel periodo
napoleonico), la gente comune incuriosita dall’interesse – come dire – mediatico ante litteram. L’aula
del primo piano, che da allora in poi si chiamerà foscoliana, è gremita
all’inverosimile, con grappoli di studenti attaccati alle finestre per
assistere dall’esterno. Ma anche l’Angelini, forse,
non rende abbastanza l’idea di quell’evento che non
sarà soltanto letterario. Foscolo è uno scrittore politico, un uomo dall’alto
senso civico e, soprattutto, tutto d’un pezzo. Di lì a pochi mesi, invitato a
giurare fedeltà al regime dell’epoca, preferirà lasciare la cattedra e la
città. Non solo, nella stessa prolusione si rifiuta di inserire qualsivoglia
ringraziamento o attestazione di stima nei confronti delle autorità. Che
erano straniere.
Una sola cosa viene in mente ripensando a quell’uomo
e a quell’evento: letterati di quello spessore non
ce ne sono più. E molti suoi coetanei se ne erano già accorti. Qualche
decennio dopo, nel 1844, Giuseppe Mazzini scriveva: “Io dirò dunque ai
giovani che leggeranno queste reliquie: non ricopiate le idee; ogni tempo ha
le sue, e i pochi anni che vi separano dagli anni di Foscolo segnano il
limite fra due età radicalmente diverse. Ma adorate le idee dell’età in che
voi v’apparecchiate a vivere com’egli adorava le proprie. (...) E qualora
l’invidia o la pedanteria vi sussurrino, specchiatevi in Foscolo”.
Specchiatevi in Foscolo. Ma ce l’immaginiamo, oggi, un
presidente del consiglio o un qualsiasi ministro della nostra Repubblica
specchiarsi in Foscolo? Eppure, quello che siamo oggi, tutto il bene che in
un modo o nell’altro possiamo ricevere da questa nazione finalmente unita
(non lo è che da soli 150 anni), lo dobbiamo a uomini come lui. Foscolo,
nella sua prolusione, esorta allo studio della Storia, esorta a volgere lo
sguardo verso i grandi del nostro Paese: Dante, Machiavelli,
Galileo, Tasso. Quelli sono gli esempi. Cosa penserebbe delle ovazioni
riservate ai protagonisti del Grande Fratello? Degli esponenti di partiti che
vogliono l’Italia divisa e cantano Va
pensiero? Delle bagarre fra destra e sinistra per strapparsi i troni da
cui legiferare nel proprio interesse?
A Pavia, oltre la casa che abitò, c’è il suo olmo. È davanti
alla basilica di San Giovanni e Protasio. Lì il poeta veniva a sedersi e
meditare. L’olmo di oggi non è più quello di allora, è stato ripiantato pochi
anni or sono grazie all’iniziativa dell’Associazione Studenti del Liceo “Ugo
Foscolo”. Ed è stata, per quanto pressoché inosservata, cosa lodevolissima. Una pianta, viva, per mantenere vivo un
ricordo. Per trattenere il fantasma del poeta tra le mura della nostra città
e cominciare, da noi Pavesi, a farne un simbolo di dignità e di correttezza
morale.
Ricordiamoci di lui. Ricordiamo della sua prolusione. E
leggiamola (ormai la troviamo anche su Internet). Ricordiamoci della sua
esortazione alla concordia e all’impegno civico, del suo alto concetto della
letteratura e del suo rispetto per lo sforzo delle generazioni che ci hanno
preceduto, nell’interesse di quelle che verranno. Ricordiamoci anche
dell’ammirazione che aveva per la lingua dei nostri Padri, che è poi ciò che
tiene culturalmente unita una nazione come la nostra.
22-1-2009
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Perché Dante
Ho dovuto scrivere queste parole. È stata un’urgenza
interiore. “Ore piccole”, la rivista diretta da Fugazza
e Dadati dedicata alla letteratura e all’arte
sotterranee (autori inediti, esordienti, emergenti, poco noti o
controcorrente), nel numero di aprile 2008 ha pubblicato un coraggioso
intervento di Pierantonio Frare: “Leggere Dante
oggi: una necessità, non una moda”.
Questa la tesi che emerge. L’eccesso di parole vuote, così
come l’eccesso di immagini vuote, di cui ridondano televisione, giornali, ma
anche libri, è il motore che spinge la gente a partecipare in massa alle Lecturae Dantis. Si
cerca la parola solida, la parola che crea. La plasticità della Commedia, per quanto sia “stata
scritta 700 anni fa, in un linguaggio che ogni giorno si fa più lontano dal
nostro”, è uno scoglio a cui aggrappare la nostra identità linguistica. Uno
scoglio musicale, fatto di forza, passione, immagini scolpite, terribilmente
bello. Uno scoglio teatrale, non cinematografico: parole accompagnate da
visione e non visione accompagnate da parole. La parola di Dante è una
montagna che ha fatto da riferimento per tutta la nostra letteratura. E non
solo. Quando lessi Zorba il greco di Kazantzakis scoprii con meraviglia che il protagonista ha
sempre tra le mani una copia tascabile della Commedia. Un greco che legge Dante.
Ma torniamo alla questione che solleva Frare.
Perché Dante? Perché ci stiamo accorgendo di perdere la nostra lingua e
sappiamo che la lingua è l’unica nostra identità culturale. In un mondo dove
i confini si dissolvono (e questo è positivo), i popoli si mescolano (e
questo è positivo), dove tutto – religione, cultura, musica, economia,
informazione – è globalizzato, la lingua,
portatrice di cultura per eccellenza, è la nostra storia e la storia del
nostro pensiero. Che è come dire una fetta di pensiero dell’umanità. Perciò
va salvaguardata.
“Leggete gli autori antichi – scriveva Prezzolini
– perché da loro deriva anche oggi quello che scrivete in italiano. Anche
oggi li comprendiamo poco, ma può darsi che domani gli italiani non li
capiscano più. Ci sarà forse in Italia una lingua come oggi è il latino: da
Dante a Montale, e per quest’ultimo dovete già
adoperare il dizionario”.
Ebbene, Frare, che oltre tutto è un
organizzatore di queste Lecturae Dantis, indica una nuova strada per salvare non solo
l’italiano ma la parola. Ed è una
strada maestra, quella da cui l’avventura della lingua italiana è cominciata:
Dante.
Ripartiamo dunque da Dante. O come diceva De Sanctis, dalla grande maniera di Dante.
30-5-2008
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Democrazia editoriale
Mi sono chiesto più volte che senso abbia pubblicare un libro
di mille copie o quasi (perché sono queste le tirature delle pubblicazioni
locali) e soprattutto perché un lettore dovrebbe acquistare un libro di
questo tipo.
E qui vorrei, come si dice, spezzare una lancia a favore di quelli
che vengono definiti “piccoli editori”. Penso che Felice Milani,
che per professione si occupa di queste cose, concordi con me sul fatto che
il termine “piccoli editori” sia improprio perché spesso sono questi i
“grandi editori”, ossia gli editori “puri”.
I colossi editoriali sono ormai holding che operano anche
nel campo del libro, che attuano operazioni di investimento su autori
affermati o comunque di sicuro ritorno economico. Le scelte fatte non sono
scelte culturali ma commerciali. Ci sono oggi industrie editoriali, frutto di
fusioni e di assimilazioni, che si muovono in regime di semimonopolio e
vendono libri come vendere hamburger.
Gaetano Colonnese, l’editore e
libraio napoletano prematuramente scomparso nella primavera di quest’anno [2004], ha lasciato alcuni pensieri che sono
illuminanti in tal senso. Colonnese cita Gobetti, Formìggini, Ricciardi, Scheiwiller. Piccoli
editori, dice, che si sono sforzati di mantenere vivi i migliori aspetti
della tradizione editoriale, gli aspetti artigianali soprattutto. Alcuni di
questi piccoli “grandi” per le loro idee hanno dato la vita, come Piero Gobetti, perseguitato dagli squadristi del regime, o
Angelo Fortunato Formìggini, suicidatosi dopo la
schiacciante oppressione delle leggi razziali.
Colonnese li chiama “editori di mille copie”
(ed è sottinteso che nell’elenco si include anche lui):
«Editori di mille copie, che hanno indicato nuovi campi di
indagine e nuovi sentieri culturali. Editori che intendevano la tipografia
come architettura: un alternarsi di pieni e di vuoti, un gioco di proporzioni
dove basta un nulla, qualche millimetro più su o più giù, un carattere più
piccolo o più grande, per rovinare l’armonia della pagina stampata.
La società della globalizzazione
appiattisce tutto, anche i libri. Esistono, per fortuna ancora oggi, dagli Appennini alle Ande, editori grandi e piccini di notevole
progettualità culturale e senso estetico. Al
contrario dei colossi, preoccupati soprattutto a confezionare scoop e
best-seller, immessi sul mercato con estrema prepotenza, che sottraggono
spazio ad altri libri che i lettori vorrebbero e farebbero bene a leggere.
Tutto questo mette in pericolo non solo la cultura, ma anche
la democrazia».
Alla luce di queste parole, al lettore che si chiede dunque
perché comprare un libro come il mio, mi sento di rispondere: perché è un
piccolo gesto di democrazia editoriale.
(dal discorso per la presentazione di “Un mistero in via
Cardano”)
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