In realtà gli scrittori sono altri, io sono soltanto

un piccolo artigiano che ama fabbricare storie.

ROMANO A. FIOCCHI

 

 

 

Dal febbraio 2010 naviga in rete una nave strana, una specie di Olandese Volante. Si chiama TuonoNews.it. È un quotidiano on-line con sede fisica in Alessandria e sede virtuale in tutto il mondo. Il capitano della nave è Matteo Serra. Tra gli uomini dell’equipaggio c’è anche lui, Romano Augusto Fiocchi, imbarcato con l’incarico di curare una rubrica settimanale: Terzapagina. È una rubrica che parla di arte e di letteratura. Talvolta ospita qualcuno dei suoi stravaganti racconti.

Gli ultimi pezzi pubblicati si trovano qui. I rimanenti sono sparsi per la rete e reperibili attraverso i motori di ricerca digitando parole chiave, come ad esempio qui.

Di seguito, invece, l’articolo che ha accompagnato l’uscita del giornale.

 

 

 

Parole in libertà

(Terzapagina, 22-2-2010)

 

Fondare un giornale, cartaceo o sul web, è innanzi tutto un gesto di libertà. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Perché la libertà è un bene di cui ci accorgiamo soltanto quando viene a mancare. Per questo ho deciso di inaugurare questa rubrica su Tuono News proprio con il ricordo di un piccolo grande editore che alla libertà ha consacrato la sua vita: Angelo Fortunato Formiggini.

Di Formiggini ho in casa due libri. Uno è uscito nel 1927 per i tipi della sua storica casa editrice. Si tratta di un esemplare in parte intonso del Giovanni Milton di Diego Angeli, n. 95 della collana Profili. Sovraccoperta effetto trasparente con il motto formigginiano sotto una corona d’alloro: “Amor et labor vitast”. Lo comprai in una libreria antiquaria qualche anno fa proprio per toccare con mano il livello di qualità editoriale e lo conservo come un talismano nel mio scaffale dei libri preziosi. L’arte di Formiggini. Quella che lo accomuna ad altri piccoli grandi editori italiani come Gobetti, Ricciardi, Scheiwiller, Tallone.

Il secondo libro si intitola Parole in libertà ed è la raccolta dei suoi ultimi scritti. Apparso per la prima volta postumo nel 1945, Parole in libertà è stato ripubblicato l’ottobre scorso, a distanza di sessant’anni, per le Edizioni Artestampa di Modena. Ed è quest’ultima l’edizione che ho in casa. Un’interessante edizione critica curata da Margherita Bai, corredata di immagini d’epoca e di pagine autografe.

Parole in libertà è un libro molto suggestivo. È il testamento letterario di un uomo che si è condannato da sé per il bene della propria creatura – la sua casa editrice – e dei familiari. Sì, perché Formiggini aveva non solo il difetto di essere ebreo, ma di essere un uomo che credeva nei libri e nella forza delle idee che i libri possono diffondere. Il titolo stesso, Parole in libertà, è già una dichiarazione. La libertà per Formiggini è il bene supremo. Anche la libertà di farla finita. Era il 29 novembre 1938. Uno dei più geniali editori italiani del XX secolo, dopo aver sopportato per una quindicina di anni le già pesanti ingerenze del regime, rifiuta di accettare l’estremo affronto delle leggi razziali. Da Roma, dove risiedeva, torna alla sua Modena, sale sulla torre Ghirlandina e si lancia nel vuoto.

Le sue ultime parole sono dunque lì, in questo testamento spirituale redatto con la sola arma che gli era rimasta: l’ironia amara e pungente di un condannato a morte. È così, con la forza d’animo di chi non ha più nulla da perdere, che Formiggini rivolge le sue parole “libere” alla moglie, ai Modenesi, agli Italiani, al Duce, al Re, al Papa, a soci ed amici. Apostrofa Mussolini dicendogli “questa volta ti sei proprio sbagliato”, Vittorio Emanuele chiamandolo “mezzacartuccia”, i Modenesi chiedendo loro di ricordarlo battezzando il punto dove si schianterà “al tvajol ed Furmajin”, il tovagliolo di Formaggino. Scrive invece alla moglie: “Io non voglio che i miei scritti servano a distruggere: ma spero che possano servire a ricostruire quando la trista realtà d’oggi sarà superata per la forza stessa della sua brutale assurdità”. Un pamphlet concepito per i posteri dove la satira mordente delle 100 Epigrafi si alterna ai capitoli filosofici dell’Epistola agli ebrei italiani e dell’Imitazione del Cristo.

Parole in libertà si chiude con il pesante lascito dell’ultima epigrafe: “È vile / chi volontario rinuncia a la vita. / Ma il morire / talvolta è un diritto, / talvolta un dovere”. Il nostro dovere è ricordare chi come lui si è battuto perché le parole siano sempre libere. Sulla carta, nell’etere, nel web.

 

 

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