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L’INCIPIT DEL NUOVO ROMANZO INEDITO |
SE NE STAVA accovacciato sul
ponte della Cleopatra, la schiena contro due balle di cartoni legate con
corde di canapa. Una mano reggeva una ciotola. L’altra portava alla bocca dei
pesciolini sotto sale. Masticava piano. Lo sguardo era fisso sulla linea
dell’orizzonte. Attorno ai suoi occhi l’aratro del tempo aveva scavato solchi
profondi. Inspirò l’aria salmastra. Di sotto il cappello macedone uscivano
due sbuffi di capelli grigiastri che il vento di prua arruffava sopra le
orecchie. La tempia sinistra era incavata e suggeriva quattro diverse
interpretazioni: una malformazione congenita, un intervento chirurgico, un
incidente di viaggio, una ferita di guerra. Era un giorno di fine estate. Un giovane
marinaio si sedette accanto a lui incurante delle incrostazioni di salsedine
e di tutta l’umidità impregnata nel legno. Sopra le loro teste cigolavano i
pennoni nelle gomene e si sentiva il rimbombo morbido delle vele. L’uomo
accovacciato, in un gesto lentissimo, girò gli occhi di lattuga di mare verso
il giovane marinaio. Sorrise. Le pupille si fecero piccole come gli aculei di
un riccio. Gli offrì un pesciolino sotto sale e se ne ficcò in bocca un paio,
ricominciando a biascicare. – Io ti conosco, – disse il giovane
marinaio. – Tu sei Catullo Albucio, alessandrino. Catullo chiuse gli occhi e continuò a
masticare. Sorrise. Quella vecchia storia era un pezzo di sughero: tornava
sempre a galla. – Sono due anni che ti cerco, – disse il
giovane marinaio. – Ti prego, raccontami la verità. – La verità? – disse Catullo. – Sì, chi cazzo
era mio padre, com’è possibile che sia scomparso così, un giorno con l’altro,
zaff! Senza lasciare traccia. Tu eri suo amico,
dico bene? Catullo riaprì gli occhi di lattuga di
mare e lo guardò: –
Chi sei? – disse. – Mio padre si chiamava Giasone, – rispose
il giovane marinaio. Catullo richiuse gli occhi. |